Dal 1850 al 1980 i calafati di Siracusa hanno realizzato i tradizionali gozzi, velieri, motopesca ed imbarcazioni speciali senza l’aiuto di ingegneri navali o tecnici esterni. Ne sono testimonianza i semimodelli che vedete e i progetti conservati ed esposti. Poiché non è possibile ottenere il progetto di una imbarcazione disegnandolo direttamente su carta, i calafati iniziavano dalla costruzione di un semi-modello che riproduceva perfettamente in scala metà imbarcazione.
Il semi-modello si otteneva dalla sovrapposizione di diversi strati di tavolette dello stesso spessore; raggiunto l’effetto desiderato le tavolette venivano separate e le curve ottenute erano riportate su carta con l’aiuto di righe flessibili tenute ferme dai piombi. Dalle proiezioni ortogonali di questo fascio di curve si otteneva il profilo di tutte le ordinate dell’imbarcazione.
Il procedimento descritto richiedeva una raffinatissima capacità di valutazione, un occhio ben esercitato e una maestria nel mantenere forme e proporzioni tramandate da secoli.
Questa tecnica tramandata per secoli, non prevedeva alcun disegno ma la costruzione e l’uso sapiente di una sagoma detta in dialetto “iabbu”. Il “garbo” assicurava alla barca funzionalità, equilibrio e bellezza, non era la forma della barca ma la conteneva, non si comprava e non ne esistevano due uguali. Il “garbo” ha tramandato, nella sua millenaria storia, un modo di essere e la sapiente aspirazione ad un modello che è garanzia di grazia e stabilità. L’assemblaggio dell’imbarcazione iniziava dalla realizzazione della chiglia in legno di leccio. Posizionata la chiglia venivano incastrate le ruote di prua e di poppa e le sagome dell’orlo, che vedete esposte a parete, tracciate e definite separatamente.
Basandosi esclusivamente sull’esperienza del calafato per prima cosa si disegnava il profilo dell’ordinata maestra, il garbo, con i lati perpendicolari, procedimento che richiedeva la perfetta conoscenza della barca da costruire. Su questa sagoma si tracciavano le tacche di riferimento per ottenere la larghezza, la stellatura, l’inclinazione e l’altezza dell’orlo superiore semplicemente facendo scorrere ed inclinando il garbo (con perno nel punto di “scusa”) sulla chiglia.
Ottenuto così il profilo delle ordinate queste venivano realizzate in legno di quercia e fissate alla chiglia e all’orlo superiore provvisoriamente per essere inchiodate definitivamente alla cinta.
Si passava quindi al fissaggio del fasciame in legno di pino o di larice. Per tracciare il profilo delle tavole del fasciame, non rettilineo, si usava un metodo empirico estremamente preciso detto “uschiare” che consisteva nel fissare una riga, lunga larga e flessibile nella sede del pezzo da sagomare e con una piccola squadra trapezoidale detta “stacioletta” si riportavano i punti di riferimento. La “uschia” veniva poi posta sulla tavola e con una riga flessibile si riportava la curvatura da tagliare.